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Negli ultimi decenni del XVIII secolo, lo Stato Pontificio fu attraversato dalla politica riformista di papa Pio VI. L'azione del pontefice mirava a una profonda riorganizzazione socio-economica del territorio attraverso l'istituzione di fabbriche camerali, scuole e . Questo piano strategico intendeva rispondere a due problematiche stringenti dell'epoca: da un lato, la necessità di reperire forza lavoro a basso costo per stimolare la manifattura e abbattere i costi di produzione; dall'altro, l'esigenza di arginare i fenomeni dilaganti del vagabondaggio, della delinquenza e della marginalità sociale, riducendo progressivamente la disoccupazione.
In questo scenario si inserisce la nascita dell'industria di Treia, frutto della convergenza tra il programma politico papale, fortemente orientato a dare slancio alla produzione tessile, e l'iniziativa dei nobili dell'. I membri dell'Accademia, mossi dalla convinzione illuministica che spettasse alle persone "illuminate" promuovere il progresso e le riforme nei piccoli centri della provincia, si fecero promotori del progetto. Il loro obiettivo era duplice: istruire i contadini, tradizionalmente dediti a pratiche e colture arcaiche, e sperimentare nuove tecniche e colture agricole, come lino e seta. Nonostante l'entusiasmo dei promotori, l'iniziativa non fu priva di contrasti interni. Se da un lato figure chiave come Fortunato Benigni e Luigi Riccomanni (quest'ultimo già interessato ai vari esperimenti tessili avviati nello Stato Pontificio) sostenevano fermamente la transizione manifatturiera, altri membri dell'Accademia ritenevano prioritaria la vocazione prettamente agricola del territorio. Per comporre il dissidio e dimostrare che l'agricoltura e l'industria manifatturiera potevano felicemente conciliarsi, il Benigni spiegò che la coltivazione del cotone, della canapa e del lino nei campi avrebbe fornito la materia prima necessaria a sostenere le attività di filatura e tessitura. Tali lavorazioni sarebbero state realizzate a costo zero all'interno delle , impiegando la manodopera degli ospiti.
Il principale ostacolo alla realizzazione pratica dell'impresa fu di natura economica. Sebbene la comunità di Treia guardasse con interesse al rinnovamento agricolo, i principali proprietari terrieri locali coincidevano con gli stessi accademici, i quali si mostravano riluttanti a investire i propri capitali nell'impresa. Per superare il problema finanziario, si pensò di sopprimere alcune congregazioni religiose locali per incamerarne i beni; per procedere in tal senso, era tuttavia indispensabile chiedere l'autorizzazione alla Camera Apostolica. Per sbloccare la situazione, fu predisposta una formale , presentata grazie alla mediazione del cardinale Pallotta e di Luigi Riccomanni. Il documento è storicamente registrato nel volume delle (1779-1791) e reca la data del 10 marzo 1781, inserito nel verbale del Consiglio di Credenza.
Prima della supplica per le case di correzione, gli accademici espongono un altro punto all’ordine del giorno, reso evidente dall’appunto laterale “Supplica degli accademici”1. Il tema affrontato in questa supplica riguarda l’utilizzo di determinate stanze come libreria, ovvero come biblioteca per conservare libri e documenti che il clero gli ha concesso, ma risultano inadatte al loro scopo.
“5 Si legge la supplica del[l]a Società Georgica del tenore = Ill[ustrissi]mi S[igno]ri = La Società Georgica de Solleva=
ti di Montecchio, e per essa il Presidente Fran[ces]co M[ari]a Gaudiani d'or[din]e delle S[ignorie] V[ostre] Ill[ustrissi]m[e]
divotam[en]te espone, che avendo fatto visitare da periti muratori le camere altra volta ge=
nerosam[en]te concedutegli dal cl[er]o pass[at]o p[er] lo stabilimento di una pub[bli]ca Libraria sono state
riconosciute inopportune, e non atte all'effetto sud[det]to a motivo della troppo scarsa elevazione di esse, e di non potersi togliere un muro la di cui demolizione sarebbe indispensabilm[en]te necessaria Supplica pertanto le S[ignorie] V[ostre] Ill[ustrissi]m[e] a volergliele commuta=
re colle due scuole, che al p[rese]nte servono p[er] la lettura della Teologia e Filosofia
che della Grazia.”
Poi il testo continua con2:
“Si legge altra Supplica della stessa Società Georgica de' Sollevati del tenore = Ill[ustrissi]mi S[igno]ri =
La Società Georgica de' Sollevati Oratrice umil[issim]a delle S[ignorie] V[ostre] Ill[ustrissi]m[e] espone,
che nel giorno di jeri 9: del corr[en]te Marzo, in seguito di una memoria letta dal
suo Presidente S[igno]r Fran[ces]co M[ari]a Gaudiani, elesse due deputati per la formazione di
un Piano tendente al sollievo de' poveri, e perché l'impresa possa esser
di più facile riuscita, supplica le S[ignorie] V[ostre] Ill[ustrissi]m[e] a volersi degnare di eleggere altri due del loro Corpo ad oggetto che debbano unitam[en]te agire nell'importantissimo affare di cui si tratta Che della Grazia = In dei (…)
Testor ego infras[crit]us Societatis Georgicae a Secretis, qualiter in d[ic]tis in Comitiis ejus=
dem Societatis legm[en]te celebratis Act[u]s d[ic]ti d[omini] Franciscus Marius Gaudia=
ni Praeses allocutus fuit, p[utav]i infra vid[elicet]: ….”
In questo caso il presidente dell’Accademia continua con una supplica diversa e già in queste prima righe si capisce di cosa tratterà: vuole esplicitare “un piano tendente al sollievo de’poveri”.
Il testo della supplica offre uno spaccato vivido e drammatico delle condizioni di profonda sofferenza in cui versava Treia in quegli anni, piegata dalla povertà e dal disordine pubblico. Nel documento viene denunciata con forza la presenza di una vasta fetta di popolazione marginale e minorile:
“...al numero di cinquecento i soli ragazzi di ambedue i sessi, minori di anni quattordici i quali vivono nell'ozio e di sole limosine…”
Di fronte a questa massa di "poveri oziosi, vagabondi e discoli", le autorità locali ritenevano ormai indispensabile e urgente “porre qualche riparo a questi gravi disordini”. La soluzione individuata, in perfetta coerenza con la politica di Pio VI, fu l'istituzione immediata del reclusorio specificato nella richiesta, deputato a trasformare una criticità sociale in una risorsa produttiva a basso costo3.
“La Società nostra benché istituita a promuover l'Industria, a to
glier di abbusi, a migliorare l'Agricoltura, e l'Arti, nello stato attuale, in cui
si trova non può per la ristrettezza delle sue finanze proporre premj a chi
sapesse suggerir un metodo facile, semplice, e conducente ad estirpare la
mendicità dallo Stato. Ma dunque per questo non dovrem noi cercare dentro
il confine della nostra forza di renderci utili in qualche maniera, se non
alla nazione, alla Patria almeno? Non potremo forse facendo delle riflessioni
giungere a rinvenire un mezzo valevole a liberare dalla miseria una porzione
di tanti meschini, e disgraziati abitanti di questo Luogo, che sotto di seggiano sotto
gli occhi nostri perita, o per indigenza, o per irregolatezza. Non dubito di una felice rius-
cita, se tutti uniremo le nostre cure dirette ad un oggetto così rilevante. Ognuno
di noi sa, i dirò bene, qual prodigiosa quantità di poveri, e mendicanti trovasi en-
tro il recinto delle nostra mura. Per poco che vi si fissi l’attenzione si comprende
chiaram[en]te a qual esorbitante numero giunga questo Popolo ozioso, e vagabondo.
Io che mi son data la cura di prender da' nostri Parochi urbani una nota distinta posso assicu-
rarvi, che li soli Ragazzi poveri d'amendue li sessi di età non maggior che 13: in
14: Anni formano il num[er]o di 500: circa; se poi a questi si aggiungessero i Vecchi dell'
uno, e dell'altro sesso inabili a procacciarsi il necessario sostentam[en]to, ed altri Poveri,
che vi sono [...] Anno quattordicesimo dell'età loro, chi potrebbe senza raccapriccio far
ne computo, e fascio? Per verità mi empio d'orrore, o Signori, ogni qualvolta ripenso,
sembrerà forse a voi cosa degna di ammirazione il vedere moltiplicarsi nel
Sogno gente così vile, e priva di ajuti, ma svaniranno tosto le vostre maraviglie
se rifletterete all' [...] sorgente che la produce, senza ricorrere alla causa dell'
Inuguaglianza de' beni, la privazione de' quali costituisce [..] in parte [..]
… Io agli orrori della Guerra che la propaga ed accresce mediante la decrastazio-
ne (?), che produce il lintasimento delle derrate, l'abbandono de' lavori, e la dimi-
nuzione del Commercio; cose tutte da essa inseparabili, ritroveremo nella nostra costituzione
med[esim]a altre cause produttrici della miseria, di fatto la prima da me indicata tanto è”
Il testo individua l'ozio forzato e la mancanza di occupazione come la causa della miseria. Il rimedio è proprio l'introduzione di lavori e manifatture per togliere i giovani dalla strada.
Continua poi esplicitando chiaramente la causa della povertà di Montecchio (Treia): la terra non basta più per tutti e, una volta che i contadini in esubero si trasferiscono in città, non trovano lavoro perché mancano le manifatture4.
“Ma questa classe se per la sua eccedente moltiplicazione soprabbonda, e non ha più
la maniera di sostentarsi all'aperta campagna col lavoro delle sue braccia,
forma per la Società un peso, che se il fardello è intollerabile, noi siamo appun=
to nel caso! Abbiamo un Terreno fertilissimo, godiamo un Clima temperato e
salubre, siamo Sudditi di un Sovrano che colla dolcezza della sua legisla=
zione unisce la protezione delle Scienze, dell'Agricoltura, e delle Arti.
Con tali vantaggi non è meraviglia se veggisimo giornalm[en]te crescere in si
fatta maniera la Classe coltivatrice, che nulla abbiamo a questo ad invi=
diare le più grandi, e popolate Città della Prov[inci]a; ma da tale accrescimento
appunto di campestre Popolazione nasce la moltiplicità de' Poveri che veggiamo
mentre rimanendo sempre il nostro Territorio circoscritto da med[esim]i … Confini,
e non potendosi dilatare la superficie della Terra, gli … Poveri, che so=
pravanzano alle coltura di essa, sono costretti a ritirarsi dentro il
Paese, ove non trovando maniera di impiegarsi non essendovi manifat=
ture, cadono a poco a poco in braccio della Mendicità…”
All'interno del documento è interessante notare le lodi tributate alla terra di Treia, descritta come fertile e caratterizzata da un clima temperato e salubre, ideale per lo sviluppo agricolo. Accanto alla celebrazione della natura spicca l'esplicito elogio rivolto a papa Pio VI, un pontefice che giocherà un ruolo fondamentale per il futuro della città. Il Santo Padre viene infatti definito come un:
«Sovrano che colla dolcezza della sua legislazione unisce la protezione delle Scienze, dell'Agricoltura, e delle Arti.»
Questo tono fortemente celebrativo si spiega con l'identità dell'autore del testo: a scrivere è infatti un membro dell'Accademia Georgica. Proprio grazie all'impulso e al sostegno del pontefice, questa istituzione visse una profonda trasformazione, cambiando il proprio nome e modificando radicalmente i suoi obiettivi programmatici: dall'originario orientamento esclusivo verso la poesia e la letteratura, l'istituto passò infatti a occuparsi attivamente di innovazioni in campo agricolo.
Il verbale si conclude con l'auspicio che la proposta presentata possa essere accolta favorevolmente. A tal fine, viene formalizzata la nomina di due deputati, incaricati di redigere un piano dettagliato per l'istituzione delle "case di correzione e lavoro". Secondo i promotori, l'apertura di queste strutture avrebbe garantito un impatto decisamente positivo sul tessuto sociale, contribuendo ad alleviare la pressione sulle carceri, a migliorare la gestione degli ospedali e a contrastare efficacemente la piaga del brigantaggio5.
“Ognuno poi sa a quanti vizj, ed a qual sceleratezza si dia in preda
la figliuolanza di questa Gente, assuefatta a vivere di rapina non poter di
(...) sussistere. Le Carceri, e gli Spedali stessi ci confermano abbastanza
verità sì spaventosa. E potremo noi con occhio indifferente rimirare tali
miserie, e non cercarne il riparo? Anime oneste, che mi ascoltate a voi spe=
ro di porgere ajuto a una parte di umanità tanto infelice, quanto dis=
prezzata. Rifletterete che a proporzione, che si aumenta il numero di questi
Miserabili, scema la vostra sicurezza, e che provvedendo alla lor sussistenza,
procurerete de' vantaggi a voi stessi.”
Dalla documentazione storica emerge la certezza che il pontefice abbia accolto favorevolmente e approvato l'istituzione delle case di correzione. La conferma formale si ritrova nei verbali del Consiglio di Credenza del 10 novembre 1781, all'interno dei quali viene espresso un esplicito ringraziamento al Santo Padre. La gratitudine della comunità era motivata dal provvedimento del precedente 15 settembre, giorno in cui il papa aveva ufficialmente assegnato alla patria una casa di lavoro. Per formalizzare i ringraziamenti e gestire le relative procedure, il Consiglio decretò inoltre la nomina di due cittadini di Montecchio residenti a Roma6.
“1: Preso il singolarissimo benefizio, che con sovrana Clemenza si è degnata la Sa[nti]tà
di N[ost]ro Signore felicem[en]te Regnante Pio VI: di compartire a q[ues]ta n[ost]ra Pa=
tria con suo moto proprio segnato il dì 15: dello scorso 7bre l’erez[io]ne di una Casa di
Lavoro, e di correzione sembra indispensabile doversi fare umiliare al di lui
sagro augusto Trono i più vivi ringraziam[en]ti da parte di questo Publico, e passare
il med[esim]o officio all'Eme[nentissi]mo S[igno]r Card[ina]le Guglielmo Pallotta, perciò si propone no=
minare in dep[uta]ti a tal effetto li S[igno]ri R[everen]do D[on] Cesare Miravelli, ed Ill[ustrissi]mo S[igno]r Pietro
Giezzi nostri Concittadini dimoranti in Roma —"
Dopo l’approvazione del pontefice, la scuola di filatura fu eretta nel 1782 e dopo due anni, nel 1784 anche quella di tessitura. Queste scuole impiegavano ragazze dai 7 ai 30 anni sotto la guida di maestre. Nel Consiglio di Credenza del giorno 15 ottobre 1782 viene nominata la “maestrina per la casa pia di lavoro”7:
Nota a margine (a sinistra):
“Maestrina
della Casa Pia
Nel p[rese]nte nobil[is]s[i]mo Consiglio di Credenza si propone, se pare, portare in Consiglio q[ue]lle
seguenti Proposte cioè:
Proposta
Si propone, se pare venirsi all'elezione della Maestrina p[er] la Casa Pia di Lavoro, essendovi
le seguenti Suppliche cioè:
Agimus! F. Fedeli f[ecit]”
Le neonate manifatture tessili non ottennero il successo economico sperato. Il fallimento iniziale fu dovuto principalmente alla scelta della linea produttiva, orientata verso la realizzazione di beni di lusso; un settore, questo, in cui la concorrenza di giganti commerciali come l'Inghilterra e l'Olanda risultava impossibile da sostenere alla pari. Per rimediare a questa impasse, si pensò di convertire l'attività e di volgere la produzione verso tessuti di consumo più popolare, decisamente più adatti al mercato locale e alla forza lavoro impiegata.
Superati i dubbi sulla produzione, si presentò il problema logistico legato al luogo in cui insediare lo stabilimento. Per risolverlo, fu incaricato dell'opera Andrea Vici, celebre architetto originario di Arcevia e stimato allievo del Vanvitelli. Il Vici progettò la costruzione di un nuovo e moderno edificio monumentale, da erigersi sugli spazi precedentemente occupati dall'oratorio e dalla casa della Confraternita del Gonfalone. Oggi siamo in grado di conoscere l'esatto aspetto originario di questa struttura grazie a una preziosa testimonianza numismatica: una medaglia commemorativa coniata per l'occasione ed emessa il 26 giugno 1786, che mostra su un lato la rappresentazione prospettica dell'edificio e sul rovescio il profilo di papa Pio VI.
Solo nel 1797 fu aperto il reclusorio o casa di correzione, luogo in cui impiegare i lavoravano detenuti.
Nel consiglio di credenza del 8 agosto 1797 (Riformanze 1791-1799) si parla delle fabbriche comunali. Il documento d'archivio testimonia la necessità urgente di ristrutturare e ampliare le scuole pubbliche della comunità, ormai considerate fatiscenti, inservibili e persino dannose per la salute dei giovani studenti. I deputati incaricati dei lavori (Francesco Dionisi e Agostino Pezzi) richiedono formalmente la nomina di un depositario finanziario dedicato per gestire i fondi. Propongono inoltre che il restauro sia eseguito direttamente a spese e gestione del Pubblico (il Comune) sia per risparmiare sui costi dei materiali, sia per accelerare i tempi del cantiere, venendo incontro alle continue e pressanti lamentele dei maestri di scuola8.
“1.a
Fabriche Com[un]v[al]e
Li Sig.[no]ri Franc.[esc]o Dionisi, ed Agostino Pezzi Dep.[uta]ti alle nuove Fabriche delle Scuole, ed Annessi fanno forti premure ad oggetto, che
venga ai med.[esim]i aggiunto un nuovo Dep.[uta]to, il quale debba avere il Carico di Depositario per somministrare il
Danaro occorrente per le spese della Fabrica sud.[ett]a, il ristauro della quale, stante la moltissima quantità de
Materiali, Legnami &[cetera], parebbe ben fatto a causa di economia, e di maggior solidità da farsi a conto Pubblico,
e con ciò si avrebbe la Fabrica con più sollecitudine, stante l'estremo bisogno, che si ha delle Scuole, i
Maestri delli quali per organo de Sig.[no]ri Deputati fanno quotidiane istanze di aver nuove scuole per essere
le attuali inservibili, e di molto danno alla salute della Gioventù = Viva Voce.”
Poi come d’uso al tempo la proposta passa dal consiglio di credenza a quello generale dove viene detto9:
“Sull'istanza fatta dalli Sig.[no]ri Dep.[uta]ti rapporto alle Fabriche delle Scuole, ed Annessi, crederei prima,
che fosse più espediente, di maggior solidità, e conseguentem.[en]te di più utile del Pub.[li]co il costruirle
esclusa l'accensione di candela, giacché per esperienza si è visto, che lavori di tale natura sono stati sempre massacrati.
Secondariam.[en]te crederei di elegere il Cassiere, che i Sig.[no]ri Dep.[uta]ti richieggono, e lo elegerei
in persona del S.[ign]or Ant.[oni]o Santamariabella.
In terzo luogo incombenzarci il S.[ign]or Carlo Rusca Architetto a dover presiedere al Lavoro, ed eseguire puntualm.[en]te l'ottimo Disegno del S.[ign]or Franc.[esc]o Dionisi = Obtenu[it] [?] per Voti favorabi
Lia viginti unu[s], cont:[ra] quinque.”
Questo documento rappresenta la risposta ufficiale e la delibera del Consiglio in merito alla richiesta (l'"istanza") avanzata dai deputati per il restauro delle scuole comunali, approvata a larga maggioranza (21 voti favorevoli contro 5 contrari).
Il testo si articola in tre decisioni fondamentali:
La manifattura all'interno della casa di correzione dovette fare i conti con un problema qualitativo: i manufatti realizzati dai detenuti nel reclusorio non si distinguevano per eccellenza. Nel tentativo di elevare il livello della produzione, le autorità presero in considerazione l'idea di far uscire i reclusi dalla struttura affinché potessero formarsi e studiare meglio il mestiere; tuttavia, questa ipotesi di semilibertà si scontrò con la netta opposizione degli abitanti di Treia, preoccupati per i risvolti legati alla sicurezza e all'ordine pubblico.
Nonostante le frizioni con la cittadinanza e i limiti qualitativi iniziali, il sistema produttivo basato sul lavoro coatto si consolidò a tal punto da assorbire e sostituire le preesistenti scuole di filatura e tessitura della città, una gestione che rimase attiva e continuativa fino alla caduta del Regno d'Italia.
1 Archivio Storico di Treia, Riformanze 1779 - 1791, pag. 122.
2 Archivio Storico di Treia, Riformanze 1779 - 1791, pag. 123.
3 Archivio Storico di Treia, Riformanze 1779 - 1791, pag. 124.
4 Archivio Storico di Treia, Riformanze 1779 - 1791, pag. 125.
5 Archivio Storico di Treia, Riformanze 1779 - 1791, pag. 126.
6 Archivio Storico di Treia, Riformanze 1779 - 1791, pag. 138.
7 Archivio Storico di Treia, Riformanze 1779 - 1791, pag. 174.
8 Archivio Storico di Treia, Riformanze 1791 - 1799, pag. 515.
9 Archivio Storico di Treia, Riformanze 1791 - 1799, pag. 517.
Altre fonti:
https://bibliomarchesud.it/opac/resource/le-case-di-lavoro-e-correzione-di-treia/UMC00561921 pp. 71-19
https://proposteericerche.univpm.it/files/a179b8ab6ef57087d.pdf
http://id.sbn.it/bid/UMC1032767 L'Accademia Georgica e i saperi del tempo, dalla ricerca delle tecniche agricole alla digitalizzazione del patrimonio librario antico, Treia, Accademia Georgica, 2021, pp. 39-43.