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Giustizia Povertà Società Supplica Violenza Vita quotidiana

Oltre la burocrazia: le voci di Montecchio

Suppliche, povertà, violenza e vita quotidiana nella Montecchio del Quattrocento

Cosa si nasconde dietro i fitti registri amministrativi di un città del Quattrocento? A prima vista, le Riformanze di Montecchio (l'odierna Treia) sembrano solo un elenco polveroso di delibere, tasse e appalti pubblici. Ma se si impara a leggere tra le righe, dalle pagine emerge la voce diretta, cruda e vibrante della popolazione dell'epoca. Attraverso le suppliche, le richieste formali di grazia o giustizia che i cittadini rivolgevano ai loro signori, l'archivio si trasforma in uno spaccato di vita vera della società del tempo. 

Ecco alcune storie che raccontano l’ingiustizia, la tassazione e la violenza nella Montecchio del’400.


La mobilità e la povertà: Johannis Antonii Macthioli (1407)

La povertà era il vero spettro che si aggirava per le case di Montecchio, spingendo intere famiglie a fuggire. Ma l'archivio ci mostra anche il momento del ritorno e le strategie di recupero della popolazione da parte dei piccoli comuni1.

“Item super petitione Johannis Antonii macthioli cuiusquidem 

petitionis tenor est infrascriptus 

Coram vobis nobilibus et prudentibus viris potastati 

prioribus et comuni terre monticuli

Addomandase per parte de lu vostro fidelissimo servidore

Jovagni de Antonio de Angelo de mactiolu de lu lento da


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da Montecchi como vui savete segnuri mei io et mei 

fratelli simo giti expessi per lu mundo nui non simo ad

vetati (non abbiamo abitato) in Montecchi per la grande poverta Jo segnuri mei quando sia de vostro piacere voria stare e habitare in 

montecchi et vivere e morire ali pe vostri so poviro. 

Quando sia de vostro piacere ve prego per la more de 

Dio che faciate usente per dece anni como e usança 

et questo demando de gratia spitiale et piu e mino che pia

cera ala V.S.”

Si tratta di una richiesta presentata da Giovanni Antonio Mattioli, originario del luogo, che, dopo anni trascorsi vagando per il mondo a causa della miseria, decide di fare ritorno al paese natale. L'uomo implora una “grazia speciale” ai suoi signori per poter rientrare in patria, promettendo fedeltà assoluta in cambio di una tregua fiscale (l'esenzione dalle tasse) di dieci anni che gli permetta di rimettersi in regola e ricostruirsi una vita.


Supplica di Marino de Mactheo da Montecchie (14 giugno 1408)

Nel giugno del 1408, mentre Montecchio vive un clima di forte allerta per la guerra contro i signori di San Severino e la pressione fiscale dello Stato Pontificio, si consuma una vicenda quasi comica3

“Die Jovis XIIII mensis Junii 

Publico et generali consilio………..

……………….


Et primo quis modus et ordo sit dandus et habendus unde veniat

pecuniam in comuni pro priuma secunda et tertia sexstariis et conducta

gentium armorum provincie marchie per dictum comunem debita ecclesie romane

proponendo …

 

Secundo ……super infrascriptis supplicationibus………..

………….tenor est talis vidilicet 

 

M. D. R.

 

Magnifico segnor mio Supplicase la v.m.s. per parte del

vostro servedore Marino de Mactheo da Montecchie Conciossia

cosa che quando quisti da sansevereno ne facia guerra e maximamente

per la sospitione che era dentro la terra era bisogno che omne nocte

guardasse certa brigata in una ecclesia de sancto michele de que essendo

io soprastante de una brigata facendo la nocte la guardia perche

avia troppo veyato dormendome un puco uno mamamolo che non

era de nostra brigata appiccio una cencia e postalemere a lu naso jo

per troppa noya che me fo lu pigliai per li capilgli e per questo cascho

in terra e deli due volte con la mano e questo segnor mio ne lu mamamolo 

ne suo parente non senne desdignato mai perche non fo cosa de disdigno

ne de despiacere e fo al tempo delatro podesta mo de novo lu presente

podesta examina testimoni e cerca formarmene lu processo sença volonta


(pagina seguente)4


ne parola de lu mammolo ne de nullo parente et percio prego

la vostra segnoria che considerato lu caso ve dignate per vostra gratia

commandare al podesta de montecchie che per questa caione non dia

piu impaccio ad testimoni e non me forme processo se lu mammolo 

over soi parenti non me ne accusa e non ne piglia recressimento

et questo domando de gratia spitiale

 

R lo podesta li priori e lo consiglio de montecchie se viro e como

se narra ce provvega e facciane quello che line considerata

la qualita delo delicto Tholenteni VIII junii prime Indictione”

Marino di Matteo, stremato durante il turno di guardia notturna alla chiesa di San Michele, si assopisce. Un "mammolo" (un ragazzino) decide di fargli uno scherzo di pessimo gusto, avvicinandogli uno straccio acceso al naso per svegliarlo con il fumo. Colto di sorpresa, Marino reagisce d’istinto: afferra il giovane per i capelli e gli rifila due ceffoni. Nonostante la faccenda si fosse chiusa subito e senza rancori da parte della famiglia del ragazzo, il nuovo Podestà decide insolitamente di riaprire il caso. Marino è così costretto a inviare una supplica al Magnifico Rettore (dettata a uno scriba, come indica la sigla M.D.R., "mano d'altri") per spiegare che si trattò solo di una reazione spontanea a un pesante fastidio (noya) subito mentre compiva il proprio dovere, sperando che il buon senso blocchi il processo.


La giustizia capovolta: Paganello di Antonio (10 ottobre 1423)

Il sistema giudiziario del Podestà era rigido e talvolta produceva verdetti paradossali, costringendo persino le guardie cittadine a implorare la grazia5.

“Magnifico Segnor mio humelmente se narra e supplicase denanti a la V. M. S. per parte 

del vostro obbediente servedore cio paganello de Antonio de la vostra terra de montecchi 

conciosia cosa Segnore mio che io stagendo un di a la porta ad fare la guardia uno Antonioçço quale no a tucto lu senno che bisogna e sentimento che de avere 

habbe parole amico e dixeme traditore piu e piu volte e questo fo perchio non li volsi 

arrotare una coltellessa e dedime nela faccia e affine sangue e io non fici niente 

a luy et ad me e (è) provato chio li trassi lo sangue alluy e lu dicto Antonoçço e (è) condannato 

in libre dudici e io so suto condepnnato libre quindici e caro mio Segnore fuy io quillo 

che levay e ussime lo sangue e non ipso e percio nuy ne sima pacificati insemi Jo agio facta la pace alluy e ipso ad me e percio per dio prego la V.M.S.de scrive al vostro podesta e priori e comuno de montecchie ve dignate magia reconmadato et questa petitione se possa legere in consiglio arrengare sopra essa non obstante altra re-

formança in contrario e non obstante termino passato de la dicta condapnatione et questo 

domando de gratia speciali e vostra benignita


R Gp Lu podesta priori e comune de montecchia essendo como el supplicante narra 

et havendo la paci piacciali per nostro amore avere recomandato 

el dicto supplicante e non obstante altro facto la presente petitione 

e rescripto se possa legere in conseglio Camerini IIII octobris 1423


                                                                                                Jacobus”

Paganello sta facendo il turno di guardia alla porta del castello quando Antoniozzo, un uomo instabile, gli chiede di affilargli un grosso coltello ("coltellessa"). Al rifiuto di Paganello, Antoniozzo lo insulta e lo colpisce in pieno volto. Assurdamente, il tribunale ribalta i fatti: condanna l'aggressore a 12 lire e la vittima a ben 15 lire. Dopo aver fatto una pace privata con l'aggressore, Paganello scrive alle autorità. Il podestà accetta e concede una deroga straordinaria: la supplica sarà letta in Consiglio per bloccare la multa, ignorando ogni legge contraria e i termini ormai scaduti.


Il reato di una singola goccia di sangue: Johannis alias Cialdero (1421)

Nel Medioevo e nel Rinascimento, causare il versamento di sangue (anche minimo) a un minore era un reato grave, punito d'ufficio, indipendentemente dalle intenzioni o dal contesto6.

“Super quadam petitione Johannis alias Cialdero habitatoris terre Monticuli porrecta

magnifico d.G.Pandulfo cuius tenor infra discribitur


M.d.G.P.


Humelementi se recorre alla V.M.S. per parte de lu vostro servitore Johanni

alias Cialdero habitator in la vostra terra de Montecchie Con cio sia cosa

che una sero circha a dui hore de nocte uno mammulo se adormesse

in una banca de una starçione quale jo tenia ad pigione et jo 

andando a seralla trovai el dicto mammulo de que lu pigliai per li

capigli et ficilo levare andarse a casa non sapendo illo fosse de

fectoso in capo che avia la tigna et de lu soio capo ne ussi minima

sintilla de sangue lu vostro potesta ma formato lu processo e condepnato in 

libre XIII e soldi 6 Mo io abbi la pace e ola producta fra lu termene

et pertanto prego la S.V. che ve piaccia farme gratia considerata la mia 


(pagina seguente)7


poverta Io no posso nutricare la mia famelgliola et questa ve

demando per la more de dio e de gratia singulare


R (rsepondit) G. Essendo come se narra lu podesta priori e comune de Montecchie

ce provvegga como alloro pare e piace perche nui glie remectimo et

preghimo te aggia reccomandato avendo la pace como dice Tolentini VIII

septembris MCCCCXXI”

Il bottegaio Giovanni, detto "Cialdero", trova a tarda notte un "mammulo" (un ragazzino) addormentato su una panca nella sua bottega in affitto. Stanco, lo prende per i capelli per svegliarlo e mandarlo a casa. Ignora però che il piccolo ha la tigna (un'infezione fungina cutanea). Il gesto fa uscire una singola goccia di sangue ("minima sintilla de sangue"). Il Podestà avvia il processo d'ufficio e lo condanna a una multa astronomica di 13 lire e 6 soldi. Giovanni scrive disperato a Pandolfo da Varano: ha già fatto la pace con la famiglia, è poverissimo e rischia di non poter più sfamare la sua "famelgliola". Il Signore raccomanderà caldamente la grazia alle autorità locali.

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