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Alimentazione Amministrazione Fascismo Internamento Repressione

Razioni di sopravvivenza a Villa Lauri

Tra razionamenti, controlli e burocrazia, ogni grammo di pane e di carne segnava il confine tra la vita e la pura sussistenza

Ci sono storie che non si leggono nei grandi trattati di strategia militare, ma tra le righe polverose dei verbali di provincia, nei bilanci di spesa e nelle ingiunzioni dei messi comunali. La storia del campo di internamento femminile di Villa Lauri a Pollenza è una di queste: una vicenda interamente scritta, misurata e contata, dove il potere fascista e la macchina statale non lasciavano nulla al caso. Nulla doveva sfuggire. I documenti d'archivio ce lo restituiscono con una lucidità quasi spietata: tutto veniva controllato, annotato e regolamentato con il freddo linguaggio della burocrazia. Attraverso le carte della Prefettura, della Questura e del Comune, oggi siamo in grado di ricostruire la vita del campo, così come i dettagli esatti della dieta delle internate, dai grammi di carne bovina nel fine settimana alle quote razionate di baccalà, ai fornitori, alla ditta appaltatrice. Ma c'è un altro elemento fondamentale che traspare da queste carte: la stretta territorialità. Il campo di concentramento non era un pianeta isolato, ma una realtà profondamente radicata e interconnessa con il tessuto economico locale, poiché le ditte impiegate per il sostentamento del campo erano quelle del territorio. La reclusione si alimentava del lavoro e delle risorse del comune stesso, in un fragile e teso equilibrio in cui la carne per le prigioniere andava contesa alla popolazione civile stretta nella morsa della guerra.

Nel giugno del 1941 (Anno XIX dell’), la morsa della Seconda Guerra Mondiale si fa sentire sul sistema alimentare italiano attraverso la rigida gestione del razionamento. Il 3 giugno 19411 dalla Prefettura parte una direttiva d'ufficio indirizzata a tre soggetti chiave per la gestione dell'ordine e della reclusione locale: il di Pollenza, la Regia Questura di Macerata e il Direttore del campo di internamento femminile di Villa Lauri. Il testo ministeriale esplicita la drammaticità delle scorte alimentari: la quantità di generi che il Ministero dell'Interno invia con frequenza mensile a Pollenza deve bastare per tutti, senza eccezioni, sia per la popolazione civile del comune, sia per le internate del campo. Viene raccomandato a chi gestisce la struttura di approvvigionarsi tempestivamente per evitare di rimanere a secco. Il documento evidenzia una palese anomalia nella gestione delle scorte. Per il campo di internamento vengono assegnati 12 kg complessivi di carne bovina, destinati esclusivamente ai giorni di sabato e domenica. Considerando che il campo ospita circa 60 persone (tra internate e personale di vigilanza e servizio), questi 12 kg corrispondono a una media esatta di 100 grammi di carne al giorno a persona limitatamente a quei soli due giorni. Per ovviare alle irregolarità distributive, la Prefettura ordina di intervenire affinché la fornitura non manchi e non vada a sovrapporsi o a sottrarre le limitatissime quote destinate alle famiglie del paese. Il bilancio degli altri generi alimentari traccia un quadro di forte ristrettezza:

  • Baccalà: Viene autorizzato il prelievo di una piccola quantità destinata alla comunità delle internate, attingendo dal quintale già assegnato in precedenza con la nota del 29 maggio.
  • Lardo: Risulta del tutto assente nei magazzini. La Prefettura precisa che verrà inviato appena disponibile dal Ministero. Nel frattempo, invita le autorità locali a fare "opera persuasiva" presso i privati cittadini del paese che ne possiedono in eccesso, affinché lo cedano spontaneamente per le esigenze collettive.
  • Olio e altri generi: Gli uffici della / emettono i moduli sui grossisti locali più vicini, presso i quali l'appaltatore del servizio di vitto del campo dovrà recarsi direttamente per ritirare la merce.

La nota si chiude con l'ordine tassativo del Prefetto affinché il servizio di approvvigionamento venga regolarizzato ed eseguito senza disservizi per il futuro.

Il giorno successivo, il 4 giugno 19412, l'impostazione teorica della Prefettura si trasforma in un ordine esecutivo sul territorio. Il Commissario Prefettizio di Pollenza affronta direttamente il problema della macellazione notificando un'ordinanza ufficiale al macellaio locale, Raoul Bondoni. Infatti, al macellaio vengono assegnati 2 capi di bestiame al mese, uno ogni 15 giorni e il Bondoni è solito macellare il capo bovino assegnatogli e venderne l'intera carne in soli due giorni (sabato e domenica), lasciando sia il paese sia il campo a secco per la settimana successiva. Pertanto, Bondoni viene obbligato a: macellare la bestia quindicinale e dividerla esattamente a metà; conservare una metà nel frigorifero per venderla la settimana seguente; prelevare tassativamente 12 kg di carne dall'animale appena macellato e metterli da parte per il campo di concentramento di Villa Lauri prima di iniziare qualsiasi vendita al pubblico; ripetere la stessa procedura la settimana successiva prima di mettere in vendita la seconda metà dell'animale. L'ordinanza si chiude incaricando la Guardia Comunale di vigilare sul rispetto dell'ordine, minacciando sanzioni e denunce a norma di legge in caso di trasgressione. Il documento viene consegnato a mani proprie del macellaio Bondoni dal Messo Comunale, così come riporta il testo scritto a penna in fondo a quello scritto a macchina. 

Ma come funzionava esattamente il razionamento di cibo nel campo di Pollenza? Facendo un passo indietro, all’inizio della vita nel campo i documenti ci raccontano di più su gestori, dieta, quantità.

Nella lettera dattiloscritta del 5 giugno 1940 inviata alla prefettura3 si presentano i due soggetti che insieme si occuperanno del vitto del campo: Farroni Ferruccio, fu Riccardo e Cesolari Giuseppina fu Costantino in Benedetti. I due si impegnano nella fornitura quotidiana del vitto per un periodo minimo di due mesi e sulla base di circa 150 persone. Nella lettera viene poi specificato che si occuperanno di due pasti con le seguenti qualità e quantità di cibo:

“pane grammi 400

MATTINO:

Minestra: due giorni asciutta (giovedì e domenica) grammi 200

In brodo grammi 130

Piatto guarnito (carne con osso e pesce) limitatamente a QUATTRO GIORNI della settimana, grammi 130

Pel quinto, oltre la minestra, sarà dato (in luogo del piatto guarnito), un piatto di patate, e zucchine ed altre.

SERA: piatto (o tonno, , alici, mortadella, formaggi ed uova) grammi 50

Escluso il vino

Non si fornirà né tovagliate, né stoviglie.

Si presceglie il servizio alla Villa S. Lucia (Pollenza)

QUOTA INDIVIDUALE GIORNALIERA per ambedue i pasti L. 6.”


Il testo mostra un sistema di razionamento preventivato al grammo: ogni alimento distribuito quotidianamente (dalle minestre ai secondi, fino al pane) è scrupolosamente misurato per garantire il sostentamento rientrando esattamente nel budget massimo prefissato di 6 Lire al giorno a testa, che è il sussidio giornaliero assegnato a ogni internata.

Ma questa dieta bastava ad alimentare le internate? In termini di sussistenza non erano affatto dosi sufficienti. Sulla carta possono sembrare quantità accettabili, ma un'analisi nutrizionale rivela una dieta di pura sofferenza e malnutrizione cronica, sebbene non sia una dieta di sterminio, ma pensata per mantenere le persone al limite delle forze. Se si confronta con i parametri odierni evidenzia quanto la vita nel campo fosse dura: infatti il 70% dell'energia proveniva dal pane; la tabella contenuta nel contratto rappresentava il "soffitto massimo teorico", ma spesso questi grammi non arrivavano nemmeno a destinazione a causa dei ritardi delle forniture, del mercato nero o delle speculazioni locali; inoltre, escludendo tovaglie e vino si spogliava il momento del pasto anche dalla dignità umana e conviviale.

Proprio grazie alle questioni di razionamento dei viveri, si hanno notizie circa il numero di persone presenti nel campo e la loro provenienza. Il 10 febbraio 1942, la direzione del campo di Pollenza invia una comunicazione d'urgenza al Podestà: dal giorno successivo sono in arrivo 65 nuove internate provenienti dal campo di Lanciano. L'incremento della popolazione reclusa impone un immediato adeguamento delle scorte, con la richiesta di integrare le forniture di ben 65 razioni di pane giornaliere a partire dal 12 febbraio. Tuttavia, la nota ufficiale non si limita a una fredda richiesta quantitativa. Il Direttore entra nel merito della qualità e della preparazione stessa dell'alimento4:

“Poiché il pane, in forme grosse, che viene fornito a questo campo si rende immangiabile, perché poco cotto, si prega, come già d'intesa con Voi e col sanitario dott. Spilimbergo, di voler provvedere per la confezione di tutte le razioni in forme del peso di duecento grammi l'una. Si prega provvedere altresì per l'aumento delle razioni di carne.”

Il passaggio evidenzia come il pane fosse il principale pilastro di sussistenza per le internate, a fronte di una carne considerata ormai un miraggio inattingibile. Per evitare epidemie e problemi intestinali dovuti a pagnotte grandi e poco cotte al centro, il medico del campo (dott. Spilimbergo) impone di cuocere la razione giornaliera di 400 grammi in due pagnotte ben cotte da 200 grammi. L'episodio dimostra come l'assistenza sanitaria nel campo non mirasse a una nutrizione equilibrata, ma alla mera prevenzione medica per rendere mangiabile l'unico alimento di base disponibile.

Dato che tutto viene definito e lasciato per iscritto, si hanno notizie anche circa la gestione del trasporto. Con una lettera del 26 giugno 19405 Cesolari Giuseppina e Farroni Ferruccio comunicano al Podestà di gestire in società (dividendo a metà utili e perdite) la mensa del campo di Villa S. Lucia. Stabiliscono inoltre le regole per l'uso dei trasporti a cavallo, imponendo la rendicontazione giornaliera delle spese di vettura per evitare contestazioni finali. Il cavallo è messo a disposizione del Farroni senza compenso, ma quando questo non sarà disponibile, la spesa sarà divisa a metà.

Un documento dattiloscritto del 7 luglio 19406 rivela l'esistenza di una scrittura privata volta a regolare i rispettivi compiti di Farroni e Cesolari, i due soggetti incaricati della gestione del vitto. Mentre verso l'esterno (come nella lettera del 26 giugno) si presentavano come soci a metà, in questo contratto privato stabiliscono che Farroni gestisce in prima persona e si prende tutti i rischi e i guadagni, pagando alla Cesolari una "quota/percentuale" fissa di 15 centesimi al giorno per ogni internato e portando clienti alla sua trattoria. Il 10 ottobre una nuova scrittura privata aggiorna la cifra che Farroni Ferruccio deve alla Cesolari per ogni internata passando da 15 a 8 centesimi7.

L'attenzione maniacale della burocrazia fascista non si fermava ai soli generi alimentari, ma si estendeva anche al materiale d'uso quotidiano. Come emerge da una lettera del 19 agosto8, il Podestà conferma di essersi attivato per recuperare l’esubero di stoviglie presente nel campo di Villa Santa Lucia. Il materiale eccedente, messo temporaneamente in riserva, verrà poi preso in consegna il 5 settembre9 successivo dalla ditta appaltatrice del vitto del vicino campo dell’Abbadia di Fiastra. Una transazione apparentemente minore che tuttavia testimonia, ancora una volta, la capillarità dei controlli e l'interconnessione operativa che legava tra loro i diversi campi del territorio.

In definitiva, dalle carte di Pollenza, tra i grammi misurati e le pagnotte dimezzate, emerge la verità del campo: un luogo in cui la burocrazia fascista e la logistica locale non miravano al benessere né allo sterminio immediato, ma amministravano con fredda precisione il confine sottile tra la vita e la pura sussistenza.

Bibliografia e note

1 Archivio Storico di Pollenza, Razionamento viveri, carta 1r.

2 Archivio Storico di Pollenza, Razionamento viveri, carta 1r.

3 Archivio Storico di Pollenza, Fornitura vitto, carta 1r.

4 Archivio Storico di Pollenza, Fornitura pane, carta 1r.

5 Archivio Storico di Pollenza, Fornitura vitto, carta 1r.

6 Archivio Storico di Pollenza, Gestione vitto campo di concentramento, carta 1r.

7 Archivio Storico di Pollenza, Fornitura viveri, carta 1r.

8 Archivio Storico di Pollenza, Recupero spese per forniture stoviglie e tovaglioli, carta 1r.

9 Archivio Storico di Pollenza, Recupero spese per forniture stoviglie e tovaglioli, carta 1r.


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