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La macchina repressiva del verso le minoranze e i politici subì una forte accelerazione a partire dalle del 1938, per poi strutturarsi definitivamente a ridosso dell'entrata dell'Italia nella Seconda guerra mondiale.
Tuttavia, la pianificazione logistica era iniziata già nel 1935: su impulso del Ministero della Guerra, le autorità fasciste avevano avviato la censura della popolazione e l'individuazione di strutture idonee alla reclusione di massa in caso di conflitto. Nel maggio del 1940, alla vigilia dell'ingresso in guerra, vennero stilati gli elenchi dettagliati di tutte le persone ritenute un pericolo per il regime o provenienti da Paesi nemici. I cittadini italiani considerati ostili al regime vennero classificati nei registri di pubblica sicurezza in cinque distinte categorie:
A queste categorie si aggiunse un numero considerevole di “”, abitanti d'origine slava residenti nella Venezia Giulia, percepiti dal regime come una minaccia nazionale. In generale, le persone destinate ai campi appartenevano a un tessuto sociale eterogeneo: emigrati, immigrati, confinati politici, sfollati ed emarginati.
Per quanto riguarda gli ebrei, la repressione seguì una progressione graduale. Inizialmente vennero perseguitati e reclusi coloro che erano sospettati di svolgere attività antifascista. Successivamente, la misura fu estesa agli ebrei con cittadinanza di Stati nemici (es. Gran Bretagna, Francia). Nel 1940, l'internamento divenne sistematico per tutti gli ebrei presenti sul territorio nazionale, a eccezione dei cittadini appartenenti a Paesi neutrali.
A differenza del sistema concentrazionario nazista, basato su strutture edificate ex novo con finalità di lavoro coatto o sterminio, il modello italiano si basò sul riutilizzo del patrimonio edilizio esistente. I campi vennero allestiti in castelli, ville nobiliari, ex conventi, edifici scolastici, fattorie, sale cinematografiche e immobili demaniali o privati presi in affitto. L'individuazione delle strutture avveniva tramite una fitta corrispondenza tra il Ministero dell'Interno e i singoli Prefetti.
Quasi la metà dei campi d'internamento sorse nell'Italia centrale e centro-meridionale, con una fortissima concentrazione nelle regioni di Marche e Abruzzo-Molise. La scelta di questo ambito geografico fu dettata da precisi motivi strategici e territoriali:
Per la gestione amministrativa e di vigilanza, le province preposte all'accoglienza vennero suddivise in cinque zone giurisdizionali; le Marche corrispondevano alla zona 2 riferita alle province di Pesaro, Ancona, Macerata, Ascoli Piceno e Perugia. A capo di ciascuna vi era un Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza, che svolgeva visite ispettive periodiche e faceva da tramite tra il Ministero e le autorità locali.
In una fase successiva della guerra, con l'avanzata delle truppe anglo-americane da sud, l'asse del sistema concentrazionario si spostò gradualmente verso il Nord Italia.
Il regime fascista applicò tre diverse forme di privazione della libertà:
Campo di concentramento per civili: Destinato agli oppositori politici, agli ebrei e agli stranieri. Non si trattava di campi di sterminio, ma di luoghi di limitazione delle libertà individuali. Erano diretti da un Commissario nominato dalla Prefettura e sorvegliati da Carabinieri e agenti di Pubblica Sicurezza.
Campo per prigionieri di guerra: Struttura a carattere puramente militare, gestita e presieduta da un colonnello. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, molti di questi campi vennero convertiti in luoghi di internamento civile a seguito della chiusura delle strutture minori.
Internamento libero (Domicilio coatto): Assegnazione obbligatoria ad un determinato Comune. Colpiva frequentemente donne e bambini, ai quali veniva notificato di presentarsi entro un termine stabilito presso le prefetture di destinazione. L'internamento libero (che nelle sole Marche coinvolse circa un centinaio di Comuni) imponeva obblighi stringenti: l'internato non poteva varcare i confini del comune assegnato senza una specifica autorizzazione delle autorità; la posta e le comunicazioni erano sottoposte alla censura del Podestà, che in ambito comunale operava in qualità di ufficiale di pubblica sicurezza.
Nel panorama dei campi di concentramento fascisti, solo un numero ridotto di strutture fu riservato esclusivamente alla reclusione femminile. Tra questi figuravano i campi di: Solofra (Avellino), Vinchiaturo e Casacalenda (Campobasso), Lanciano (Chieti), Pollenza, Treia e Petriolo (Macerata).
Il campo di internamento di Villa Lauri a Pollenza
Durante il periodo della Seconda guerra mondiale, il comune di Pollenza fu scelto come sede per la realizzazione di un campo di concentramento. Si trattava nello specifico di un campo di internamento civile e non di un campo di sterminio. La struttura fu destinata all'accoglienza coatta di diverse tipologie di persone ma principalmente vi furono internate straniere di nazionalità nemica e allogene della Venezia Giulia.
Per l'allestimento del campo la scelta ricadde su Villa Lauri, un complesso situato a Pollenza in contrada Santa Lucia. La proprietà si estende su una superficie di 7 ettari, in massima parte coperta da un rigoglioso bosco, e comprende vari edifici organizzati attorno a una villa di campagna. Costruita da coloro che l'hanno abitata nell'arco di tempo compreso tra il 1855 e il 1943, ovvero la famiglia Lauri e la famiglia di Carlo Costa. L'edificio principale, eretto intorno alla metà dell'Ottocento, è attribuibile al celebre architetto .
Per adibire la struttura a luogo di internamento, le autorità chiesero l'affitto ai proprietari dell'immobile. Il contratto fu stipulato il 5 giugno 1940 con la marchesa Isabella Ciccolini, vedova Costa. Nella lettera che il Podestà di Pollenza inviò alla marchesa il 4 novembre 1940, si comunicava l'avvenuta approvazione del contratto e la sua successiva registrazione alla Corte dei conti. Il documento specificava che i pagamenti dell'affitto sarebbero stati effettuati dall'Intendenza di Finanza della Provincia di Macerata, previo nulla osta del direttore del campo, e che ne sarebbe stata data comunicazione sia alla Prefettura sia alla locatrice.
Prima di potervi accogliere le internate, la villa necessitava di importanti lavori di adeguamento e sistemazione. Dai documenti conservati nell’archivio comunale di Pollenza emergono nel dettaglio le opere realizzate:
Il documento riporta anche l'elenco dettagliato delle ditte ed esecutori locali con le relative somme percepite, di seguito trascritte:
Quelli che a prima vista appaiono come semplici ed insignificanti elenchi di nomi e ditte locali nascondono in realtà una testimonianza preziosa. Da un lato raccontano la cura, la precisione e il rigore burocratico con cui si pretendeva di allestire e gestire il campo; dall’altro offrono un vivo spaccato del tessuto imprenditoriale del territorio maceratese dell'epoca. Mostrano come la rete produttiva locale sia stata pienamente coinvolta nella macchina dell'internamento: artigiani e commercianti fornivano servizi ed accessori senza forse comprendere appieno, o scegliendo di non cogliere, la reale natura e la portata di ciò a cui stavano contribuendo. È il caso, tra gli altri, di Amedeo Tarlazzi, fondatore nel 1925 dell'omonima ditta maceratese, una realtà tuttora radicata sul territorio (oggi RemaTarlazzi all'interno del Gruppo Comet).
La documentazione relativa alla villa, ai lavori di adeguamento e all'affitto dei locali continua a essere consistente. Il 15 giugno la Prefettura invia una raccomandata al Comune per chiedere che tutti gli esecutori dei lavori trasmettano la fattura in duplice copia all'ufficio del Corpo Reale del Genio Civile, così da ottenerne la liquidazione. Di conseguenza, il Comune ne dà comunicazione ai lavoratori: tra gli atti conservati figura, ad esempio, la lettera spedita il 19 giugno al costruttore Tamagno Tamagnini.
Il 12 settembre 1940 la marchesa Isabella Ciccolini invia una lettera dattiloscritta (con firma autografa a penna) al Comune di Pollenza, precisando che l'intestazione per la riscossione delle somme da lei anticipate per i restauri della villa deve essere effettuata a suo nome. La corrispondenza prosegue nei mesi successivi con una serie di atti relativi all'adeguamento dei locali, alla rendicontazione delle spese e al regolare versamento dei canoni mensili alla proprietaria.
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, la maggior parte delle internate riuscì ad abbandonare la villa. Tuttavia, nelle settimane successive, molte di loro vennero rastrellate da nazisti e fascisti e riportate nella struttura. Il 30 settembre 1943 il campo venne ufficialmente dismesso: la Prefettura di Macerata notificò infatti ai podestà di Petriolo, Pollenza e Urbisaglia la chiusura della struttura e la conseguente interruzione delle forniture alimentari. Le donne riaffidate al campo furono quindi trasferite presso l'ex campo di prigionia di Sforzacosta, ormai adibito a centro di raccolta per ex internati e civili.
A partire da gennaio 1944, il campo di Pollenza riprese le proprie attività sotto la giurisdizione della Repubblica Sociale Italiana (RSI). Perdeva così la sua connotazione esclusivamente femminile per accogliere intere famiglie ebraiche. I resoconti quindicinali inviati dal direttore del campo al podestà testimoniano che nel marzo del 1944 vi erano reclusi 48 internati, tutti destinati a lasciare definitivamente la struttura il 31 dello stesso mese con destinazione Auschwitz.
Conclusa la parentesi bellica, Villa Lauri è stata oggetto in epoca contemporanea di importanti interventi di restauro e recupero edilizio. Oggi la struttura è completamente rinata ed è utilizzata come location per eventi, ricevimenti e banchetti.
1 Archivio Storico di Pollenza, Affitto locali campo di concentramento, carta 1r.
2 Archivio Storico di Pollenza, Spese adattamento locali, carta 1r.
3 Archivio Storico di Pollenza, Spese straordinarie locali, carta 1r.
4 Archivio Storico di Pollenza, Spese straordinarie adattamento locali, carta 1r.
5 Archivio Storico di Pollenza, Affitto locali campo di concentramento, carta 1r.
6 Archivio Storico di Pollenza, Dismissione campi di concentramento di Petriolo, Pollenza e Urbisaglia, carta 1r.
7 Archivio Storico di Pollenza, Variazioni campo 16-31 marzo 1944, carta 1r.
Altre fonti
E vennero... 50 anni di libertà, 1943-1993: campi di concentramento, prigionieri di guerra, internamento libero nella Marche 1940-1945, Cooperativa artivisive, 1993.
Carlo Spartaco Greco I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi editore, 2006.
https://www.villalauri.it/index.php.
https://www.studiobocci.com/project/villa-lauri.