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Tra i documenti conservati nell'archivio comunale di Pollenza riemergono i frammenti di vita delle donne trascorse per il suo campo di internamento. Attraverso queste carte burocratiche affiora l'istinto di sopravvivenza e la resistenza passiva che le internate avevano, spesso l'unica risposta possibile nell'universo concentrazionario che si andava lentamente costruendo in Italia.
Ma affianco alla rassegnazione obbligata, i fogli amministrativi restituiscono anche gesti d'inattesa ribellione e fierezza. Si vedono così i contorni di una donna francese che rifiuta con sdegno il sussidio giornaliero, o le denunce coraggiose di chi non ha avuto paura di accusare i militari preposti al loro controllo. Le storie che seguono ricostruiscono questi tratti di esistenza, strappando all'oblio le voci e il carattere di chi ha attraversato Pollenza non volontariamente.
Josephine Verutti
Tra le carte conservate nell'archivio del comune di Pollenza, tuttavia, affiora con straordinaria nitidezza la traccia di una donna che rifiutò di farsi assimilare e piegare dalla logica dell'internamento.
Al numero 17 dell'elenco ufficiale dei confinati e internati presenti a Pollenza al 31 luglio 1940 figura il nome di Verutti Giuseppina fu Bernardino, giunta nel campo il 13 luglio dello stesso anno1. Dietro quella formula arida e forzatamente italianizzata si celava in realtà Josephine Verutti, una donna di nazionalità francese. Fin dai primi giorni di prigionia, Josephine dimostra una personalità ferma e indisponibile a qualunque compromesso con l'amministrazione fascista.
Il 6 agosto 19402, il Podestà di Pollenza si vede costretto a inviare una comunicazione formale alla Regia Questura di Macerata per segnalare un'anomalia contabile: l'internata si rifiuta categoricamente di percepire il sussidio giornaliero che le spetterebbe per legge e declina persino di firmare la rituale quietanza di pagamento. Al posto della semplice firma d'ordinanza, Josephine traccia sul registro una frase in lingua madre, carica di valore:
“Sous toute réserve de mes droits refuse sussidie - Josephine Verutti” (Con ogni riserva dei miei diritti rifiuto il sussidio).
La scelta della lingua francese riafferma con orgoglio l'identità violata dall'italianizzazione del nome in Giuseppina, mentre la formula “con ogni riserva dei miei diritti” trasforma un banale foglio contabile in un atto formale di protesta. L'incertezza burocratica dell'epoca così come la scarsa conoscenza delle lingue straniere, dovuta da un ridotto livello di alfabetizzazione o da semplici errori di battitura, emerge chiaramente anche nella grafia del cognome, che negli stessi atti oscilla continuamente tra Verutti e Verrutti. Particolarmente significativo è il post-scriptum (P.S.) apposto dal Podestà, che verbalizza quanto emerso nei colloqui diretti: l'internata non solo respinge la somma a lei destinata, ma esige che le 8,30 lire maturate vengano devolute direttamente alla G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio) di Pollenza.
Dal fascicolo di spesa a lei intitolato si rileva che a Josephine spettava una diaria giornaliera di 6,50 lire3. Di fronte al suo rifiuto, l'ufficio comunale avvia la procedura per ricalcolare l'indennità con quietanza e richiede il rimborso della somma complessiva del sussidio non erogato4. Con una successiva raccomandata, la Prefettura dispone l'immediato conguaglio, registrando ancora una volta il cognome con la doppia "r"5. La permanenza di Josephine Verutti a Pollenza sarà tuttavia una parentesi brevissima. Dalle registrazioni contabili del mese di agosto si intuisce che la sua prigionia nel comune si conclude ben prima del termine del mese: la diaria nei registri della seconda metà del mese le viene infatti calcolata per soli 5 giorni. Tra le righe del documento spicca anche una nota annotata a matita: una cifra di 2,50 lire addebitata per le "stoviglie"6.
La conferma definitiva della fine del suo internamento a Pollenza arriva dai registri ufficiali: la mattina del 21 agosto 1940 alle ore 10, Josephine Verutti lascia definitivamente il campo7. In aggiunta si conserva anche un prospetto riassuntivo che contabilizza le uscite dal territorio di Pollenza durante l'intero mese di agosto. Un elenco breve, composto da sole tre donne in partenza: Motta Maria-Antonia fu Giovanni, Berger Etel di Maurizio e Verutti Giuseppina fu Bernardino8.
Si chiude così la parentesi di Josephine Verutti a Pollenza: un piccolo ma intenso capitolo di microstoria: un episodio in cui una donna, armata solo della propria penna e del proprio idioma nativo, ha saputo opporre la propria sovranità morale alla burocrazia oppressiva di un regime.
Dolores Barreiro
I rapporti tra la direzione del campo e le internate nel 1943 furono tutt'altro che semplici, come testimoniano le vicende di due donne che non esitarono a farsi rispettare e a denunciare apertamente gli oltraggi subiti: Dolores Barreiro e Hildegarde Simon.
La storia di Dolores Barreiro fu Vincenzo inizia il 22 ottobre 1942, quando la donna, cittadina spagnola nata a La Coruña il 22 febbraio 1902, fa il suo ingresso al campo come non abbiente9. A distanza di pochi giorni, la mattina del 3 novembre, i registri attestano il suo trasferimento in carcere10. Sebbene le carte amministrative non specifichino la causa esplicita della reclusione, la ragione emerge da altre fonti documentali11: la Barreiro fu infatti denunciata per oltraggio al dirigente del campo e, durante l'interrogatorio, dichiarò con fermezza di essere stata schiaffeggiata da quest'ultimo.
A completare la documentazione vi sono gli atti relativi ai sussidi spettanti all'internata. Nel rendiconto finanziario, il podestà specifica che la donna, prima del trasferimento, avrebbe dovuto riscuotere 96 lire per il periodo compreso tra il 22 ottobre e il 2 novembre, pari a 8 lire al giorno. Da questa somma vennero tuttavia trattenute 78 lire per la quota di vitto, calcolata in 6,50 lire giornaliere, allegando contestualmente l'assegno bancario di conguaglio12. L'operazione contabile si chiuse infine con il rilascio delle relative ricevute quietanzate da parte della questura13.
Le tracce di Dolores si fermano qui. I documenti non rivelano se e quando abbia lasciato il carcere, né se abbia mai fatto ritorno al campo di Pollenza. Di lei, tuttavia, resta la testimonianza indissolubile di un coraggio e di una forza straordinari.
Hildegard Simon
La storia di Simon Ildegard fu Ermanno, donna ex jugoslava nata a Konisberg il 7 febbraio 1900, inizia a Pollenza il 28 marzo 194214. Il suo ingresso nel campo avviene con la qualifica di "abbiente", un dettaglio raro, presente in pochissime registrazioni dell'epoca. L'identità anagrafica della donna appare tutt'altro che uniforme nelle carte dell'epoca. Il nome, il cognome e il patronimico presentano frequenti oscillazioni grafiche, con la lettera «H» che viene inserita o omessa sia nel nome sia nella paternità, fino a trovare la grafia del nome riportata come "Ildegarda". Qualche giorno dopo l'arrivo, le viene concesso di recarsi a Pollenza scortata per fare acquisti15. In questo frangente appare registrata come "Ildegard Simon fu Hermann"; pur apparendo come un paradosso nel regime di internamento, ad alcune donne era infatti permesso uscire sotto sorveglianza. La sua condizione economica, tuttavia, sembra cambiare rapidamente, infatti il 13 luglio 1942 la Regia Questura di Macerata dispone al podestà di Pollenza l'erogazione del sussidio giornaliero a partire dal primo del mese per la cittadina "Simon Hildegard fu Ermann"16. Una nota a matita in calce al registro di variazione di luglio conferma la concessione del sussidio, testimoniando un improvviso mutamento dello status che ad inizio soggiorno la vedeva benestante17. Non sappiamo purtroppo quale sia stata la causa che ha cambiato la sua situazione patrimoniale e quindi l’impossibilità di provvedere autonomamente al suo sostentamento inducono a darle il sussidio.
Hildegard Simon fu ricoverata in ospedale la mattina del 9 ottobre 194218. Dalle registrazioni dell'aprile 1943 emerge il suo rientro al campo la mattina del 5 aprile, a seguito di una degenza ospedaliera19. Sebbene la causa del ricovero non venga specificata in questi atti, da altre fonti20 si apprende che la donna soffriva di una patologia al ginocchio; tuttavia, non creduta dai carcerieri, fu costretta a raggiungere l'ospedale a piedi, percorrendo una distanza di 6 chilometri. Successivamente, la stessa Hildegard riferì alla questura di essere stata accusata di simulazione. Non è chiaro se la donna sia rimasta ricoverata ininterrottamente per tutti quei mesi (da ottobre ad aprile) o se vi siano stati degli intervalli.
Un esteso documento della direzione del campo relativo a settembre 1943 traccia le variazioni delle internate fino alla prima chiusura della struttura. Qui la donna viene menzionata più volte: figura inizialmente come "Simon Edgarda fu Ermann", rientrata al campo da Pollenza il 25 settembre; poco più in basso (forse si tratta di un foglio attaccato successivamente) si rileva una partenza per Pollenza il 17 settembre. Nello stesso documento si annota anche l'ingresso di "Simon Jldegarda" alle carceri di Macerata il 25 settembre, con un evidente errore di trascrizione nel cognome volgarizzato al femminile. Il verbale si chiude segnalando che il 30 settembre tutte le internate residue al campo di Pollenza, passano sotto il controllo del comando militare tedesco di Macerata per essere trasferite alle ore 14, tramite automezzi, al campo di Sforzacosta21.
Le ultime notizie sul suo conto provengono proprio da Sforzacosta (MC) dove nell'elenco variazioni dell'8 ottobre 1943 risulta il suo rientro in campo dalle carceri, registrata stavolta come "Simon Ildegarda fu Erman", con la femminilizzazione del nome e la perdita di una consonante nel nome del padre22.
La sua sorte dal trasferimento al campo di Sforzacosta (convertito in campo di prigionia per ex internati e altri prigionieri) in poi rimane incerta per il tipo di documentazione a disposizione. Potrebbe essere stata ritrasferita a Pollenza, riaperto nel 1944 sotto la Repubblica Sociale Italiana, oppure deportata direttamente verso i campi del Nord Italia e, da lì, in Germania. Era il tragico destino che attendeva chi, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, non era riuscito a fuggire dai campi di concentramento.
1 Archivio Storico di Pollenza, Elenco confinati internati presenti nel Comune al 31 luglio 1940, carta 1r.
2 Archivio Storico di Pollenza, Sussidio Verrutti Giuseppina fu Bernardino, carta 1r.
3 Archivio Storico di Pollenza, Contabilità spese Giuseppina Verutti 13-31 luglio 1940, carta 1r.
4 Archivio Storico di Pollenza, Contabilità sussidi internata Verutti Giuseppina, carta 1r.
5 Archivio Storico di Pollenza, Rimborso sussidio internata Verrutti Giuseppina, carta 1r.
6 Archivio Storico di Pollenza, Contabilità spese individuali 16-31 agosto 1940, carta 1r.
7 Archivio Storico di Pollenza, Variazioni campo 16-31 agosto 1940, carta 1r.
8 Archivio Storico di Pollenza, Elenco emigrati dal Comune 1-31 agosto 1940, carta 1r.
9 Archivio Storico di Pollenza, Variazioni campo 16-31 ottobre 1942, carta 1r.
10 Archivio Storico di Pollenza, Variazioni campo 1-15 novembre 1942, carta 1r.
11 Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940—1943), Einaudi, 2006.
12 Archivio Storico di Pollenza, Sussidio Dolores Barreiro, carta 1r.
13 Archivio Storico di Pollenza, Sussidio Dolores Barreiro fu Vincenzo, carta 1r.
14 Archivio Storico di Pollenza, Variazioni campo 16-31 marzo 1942, carta 1v.
15 Archivio Storico di Pollenza, Spostamento Simon Ildegard fu Hermann, carta 1r.
16 Archivio Storico di Pollenza, Sussidio Simon Hildegard fu Ermann, carta 1r.
17 Archivio Storico di Pollenza, Variazioni campo 1-15 luglio 1942, carta 1r.
18 Archivio Storico di Pollenza, Variazioni campo 1-15 ottobre 1942, carta 1r.
19 Archivio Storico di Pollenza, Variazioni campo 1-15 aprile 1943, carta 1r.
20 Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940—1943), Einaudi, 2006.
21 Archivio Storico di Pollenza, Comunicazione variazione campo, carta 1r.
22 Archivio Storico di Pollenza, Elenco variazioni internate Campo di Concentramento Sforzacosta, carta 1r.