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COMUNE LORO PICENO
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L’aspetto educativo per una comunità non è mai da sottovalutare e lo sapevano bene anche a Loro Piceno nel ‘500. Difatti nei verbali dell’inizio del 1573 si trovano diverse indicazioni circa la figura del precettore/maestro. Sappiamo inoltre che nel XVI secolo a Loro Piceno c’era un unico maestro, il quale veniva segnalato dalle autorità fermane e percepiva il salario di 150 . Nella cittadina era vietato avere scuole private e fino al secolo XVII non erano ammessi religiosi a fare insegnanti nella scuola pubblica.
Nel verbale del 23 marzo 1573 il Consiglio di Loro Piceno rilascia una dichiarazione ufficiale di lode per un precettore che ha servito nella terra di Loro.
Di seguito la trascrizione a vista1:
“Terrae Lauri
univ[er]sis testamur fidem p[re]sen[tes] Aless. miliani n[ost]ru[m] Conterraneu[m]
ordin[is] d[ic]ti (..) ex nobili sanguine n[ost]re t[err]e natu[m] e[ss]e, mentisq[ue], et
corporis sanu[m] ac Religiosu[m] honestu[m], et sufficie[n]te[m] in suo gradu, pacificu[m],
et bon[orum], et ordinat[orum] (...) (...) (...), (...) fuisse m[u]ltis annis co[n]tinuis usq[ue]
nuc (...) n[ost]ri educand[o] et d[ocend]o pueros maximo institutionis gra[tia] totius
familie benegn, et toto gessisse q[uod] co[n]ce[ssi]o ipse fuit bonificat[us] et in
fabrica, et i[n] bonor[um] co[n]servat[io]ne, et augume[n]to ut (...) e[st], et not[um] i[n]
terra: Lor cu’ de’ fac[ie]m Aless. Rod p[re]missis, et alijs suis benemeritis
de a[ni]mo cordis intimo oi[b]us co[m]me[n]damus: In cuius rei testimoniu[m]
p[re]s[e]ntes fieri jussimus p[er] manu[m] m[e]i s[ub]s[cri]pti canc[elle]r[i]i, n[ost]roq[ue] soliti si= gilli omniu[m] fecimus. Dat. Lauri i[n] n[ost]ra can[cella]r[i]a Die. 23. martij. 1573.
Camillus sugg[ens] canc[ellarius] m[anu] p[ropria] s[ub]s[cri]psi.”
Il testo loda il maestro Alessandro Milani definendolo nato da nobile sangue (ex nobili sanguine n[ost]ro t[errae] natu[m]), sano di mente e di corpo (mentisq[ue] et corporis sanu[m]), pio, onesto e sufficientemente preparato nel suo grado (religiosu[m], honestu[m] et sufficiente[m] in suo gradu), pacifico e di ottimi costumi (pacificu[m], et bon[orum] et ordinat[orum] moru[m]).
Si attesta che ha insegnato per diversi anni continui nella terra di Loro (in d[ic]ta t[erra] n[ost]ra p[er] m[u]ltis annis continuis usq[ue] nuc), educando i fanciulli con la massima istituzione e cura (pueros n[ost]ros educand[o] et d[ocend]o cu[m] maximo institutionis...).
Infine, poiché il maestro deve trasferirsi o cambiare incarico, la comunità lo raccomanda caldamente, "dal cuore intimo" (de animo cordis intimo), a chiunque lo assumerà in futuro, certificando che si è comportato egregiamente con tutti.
Questo spaccato di vita della comunità di Loro Piceno testimonia l'alto valore attribuito all'ambito educativo e alla figura del maestro; esso introduce, inoltre, i verbali successivi, incentrati sulla discussione per il nuovo precettore.
Nel verbale del giorno 8 aprile 1573, tra gli altri punti all’ordine del giorno c’è la lettera di incarico (diploma) con cui il Consiglio della comunità nomina un insegnante per i giovani del luogo.
Si riporta di seguito la trascrizione del passo, pur con alcune lacune testuali determinate dalla complessità del sistema abbreviativo e dalla grafia dell’epoca2:
“1 (...) hay vesperi M(aest)ro Marino Aug(ust)o de.ta: victoria(?) mo(?) preceptori desi=
2 gnato solm nomina sapientia licteratos et doctrina preditos nominus in
3 ter ceteros animales (...) mas.o: (...) q(uod) tebus(?) inter (?) lucidis=
4 simus estat(?): quapropter virtutes tus(?) q(uod) apud nos latius diffusest(?) cocurrent
5 eunte ut ibi grati benediq(?) (...): placuit ig(itu)r p(resen)ti n(ost)ro Consilio
6 et cu[m] de vir[o] d[octo] m[agist]ro n[ost]ro n[omi]n[at]o... n[ost]ris probatiss(im)o ornatissimiq(ue) inter discipulos et ado=
7 sepetulos (adulescentulus?) ludisecteraris preceptore eliger ac deputer q(uod) uno ano p(resenti)
8 futuro seipier pos? (...) et ut segt.s tante(?) terminari (...)
9 (...) (....) diploma te eligem(um), costituimum et d(e)putam(um), ac nominamus
10 cu(m) stipendio provisione (...) (...) quinquaginta m.(one)te marchie et domo
11 (...) tibi (...) (...) (...) m(aestr)o(?) a ………
12 de duobus me(n)sib(us) induob(us) me(n)sib(us) q(uod) rata (...) i patib(us) (...) me=
13 mora de me(n)se (...) pro rata ac honorib(us)? pactionib(us) (...)
14 et p.o(?): tencaris(?) p.ti et no(...) …..
15 terra continua (...) (...) (...) (...) indez d’co (...) (...)
16 no’ discevet sine (…) a prior p. repor i aff. (...) tenearis
17 os pueros in artes gamaties, poesia, retoricum, ceteros scientias pro
18 ignenios capacitate scolastis i’ca’ adendu’ edocer(edoctus?): Tenearis et
19 (...) prioris addimina (aff?) entes associas et mo (...) (...): q(uod) scritura
20 clees, et (...) (...) (...) salutet et dat teneris 2 (...) (...)
21 ma ut (...) (...) (...) affectione (...) (...) (...)
22 clees acceperit ducat(ur) fieri dicitur accetata (...) n(on) eni(m) hiis ipabidum facies
23 cerbiot, et electio ipsa sit nulla: (...): dat(um) Lauri i(n) edib(us) n(ost)ris die de=
24 cima aprilis 1573.”
Nelle prime righe viene fatto il nome del candidato ufficiale alla cattedra, indicato come Maestro Marino Augusto. Poi come tipico del periodo post Riforma viene introdotta una metafora: gli uomini colti e sapienti si distinguono dal resto del genere umano (definito genericamente animales) nello stesso modo in cui il sole spicca nel firmamento. Inoltre c’è l’auspicio che nella comunità possa diffondersi la sua dottrina soprattutto tra i giovani.
Di seguito la traduzione:
"1 (...) la sera [fu proposto] il Maestro Marino Augusto della detta [comunità]... [per la?] vittoria, come precettore designato. Solo coloro che sono dotti, d'illustre nome per sapienza e dottrina primeggiano
2-3 tra gli altri esseri viventi (...) [così come il sole?] che tra le cose lucenti è il più splendido.
4-5 Per la qual cosa le tue virtù, che si diffonderanno ancora più ampiamente presso di noi, concorreranno affinché tutti insieme [qui?] siano grati e benedetti (...)"
Il testo continua circa la posizione vacante del maestro:
"...Vacante igit psti nro Consilio
et cu de vir d mro nro probatiss, ornatissimu q inter discipulos, et ad do=
….. ….. preceptore eligere ac deputare p uno anno pe
Futuro …. pos … et ut seq tante terminari..."
ovvero: “Essendo vacante il posto, il Consiglio, avendo individuato un uomo dotto e stimatissimo tra i suoi discepoli, decide di eleggerlo e deputarlo come precettore per la durata di un anno.”
Poi prosegue specificando altre informazioni quali il titolo, ovvero il diploma; lo stipendio di 50 monete marchie, ovvero la moneta delle Marche, pagati ogni 2 mesi a rate e la garanzia di una casa.
"...p nrum diploma te eligimu, costituimu et deputamu ...
Cu’ stipendio et provisione scut quinquaginta monete marchie, et domo
externa tibi pstare .. ... solvend
de duob msib in duob msib p rata..."
Continuano le specifiche del contratto con gli obblighi che il maestro avrà, ovvero quello di non lasciare la terra di Loro Piceno senza il permesso:
"...de nra
tra coinuo more put supra... indeq dto durate tepore
no’ discedere sine licentia n prior prepospos.."
Vengono poi esplicitate le materie su cui dovrà vertere l’insegnamento: grammatica, poesia e retorica e altre discipline in base all’ingegno e capacità degli scolari:
“et pueros gramatica, poesi, et rhetorica, ceterisq scientia pro
ingenio et capacitate scolasticos se direndi ica’ aden.. edocere..."
L’ultimo passaggio è un atto molto moderno ovvero chiede conferma dell’accettazione al maestro, e qualora lui non accettasse il contratto sarà nullo e senza effetto:
“clees acceperit ducat(ur) fieri dicitur accetata (...) n(on) eni(m) hiis ipabidum facies
cerbiot, et electio ipsa sit nulla: (...): dat(um) Lauri i(n) edib(us) n(ost)ris die de=
cima aprilis 1573.”
Avere un maestro di "grammatica e retorica" nel 1573 era per Loro Piceno un segno di prestigio e di sopravvivenza economica. Senza giovani istruiti, la comunità non avrebbe avuto futuri notai per gestire i contratti, né amministratori capaci di trattare con gli altri paesi.
Approfondimento sul ruolo dell’insegnante nel ‘500 nello Stato Pontificio
Nel secondo Cinquecento, nello Stato Pontificio il ruolo dell’insegnante e del precettore si trasformò profondamente. Intorno al 1570 l’educazione era infatti attraversata da un cambiamento radicale legato alla Controriforma, avviata dopo il Concilio di Trento. Nei territori pontifici i decreti conciliari ebbero un impatto particolarmente forte e incisivo.
Tra i pilastri della riforma basata sui dettami tridentini c’è il rinnovamento dell’educazione, al centro dell’opera di Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, strettamente legato sul piano spirituale e pastorale a papa Pio V. I due collaborarono intensamente per attuare i decreti del Concilio e promuovere la riforma della Chiesa. Borromeo era convinto che l’ignoranza fosse la principale causa dell’eresia: per questo istituì i seminari per la formazione del clero (il primo sorse a Milano) e fondò numerosi collegi. Prima di queste riforme, molti sacerdoti delle campagne erano quasi analfabeti.
Parallelamente, Borromeo promosse scuole popolari dedicate all’istruzione dei poveri, con l’obiettivo di insegnare a leggere e scrivere ai figli delle classi più umili. Egli individuava nei genitori e nei maestri, spesso ecclesiastici, le figure principali dell’educazione. L’istruzione di base del popolo minuto, composto da contadini e artigiani, era affidata alle Scuole della Dottrina Cristiana. Queste, nate per contrastare il protestantesimo, insegnavano i rudimenti della lettura e della scrittura utilizzando il catechismo come testo e si svolgevano spesso la domenica, così da permettere anche ai lavoratori di imparare a leggere “per la salvezza dell’anima”.
Nel panorama educativo italiano del Cinquecento, tuttavia, furono soprattutto i gesuiti a esercitare un’influenza decisiva. Mentre nei piccoli centri si ricorreva a maestri privati, nelle grandi città dello Stato Pontificio si affermò la Compagnia di Gesù, fondata nel 1539 da Ignazio di Loyola come una vera e propria milizia spirituale al servizio del papa per la difesa e la diffusione del cattolicesimo in Europa e nel mondo. Loyola promosse un misticismo attivo che portò i gesuiti a impegnarsi sia nell’attività missionaria sia in quella pedagogica. Dopo aver fondato collegi per la formazione dei religiosi (il primo nel 1540), nel 1548 nacque a Messina il primo collegio aperto anche ai laici.
Nelle Costituzioni dell’ordine venne definito un modello scolastico destinato a influenzare a lungo la scuola europea cattolica: un sistema che regolava l’organizzazione delle classi, i contenuti e i metodi didattici. L’educazione gesuitica mirava a orientare la cultura verso la spiritualità e la crescita interiore, valorizzando l’obbedienza all’autorità e una progressione graduale degli apprendimenti. Il metodo era caratterizzato da obiettivi curricolari chiari, tecniche didattiche coinvolgenti, competizione accademica, teatro scolastico e un’ampia preparazione che includeva anche discipline come lingue, musica e danza.
I gesuiti divennero così i principali educatori delle élite dirigenti, concentrandosi sugli studi superiori più che sull’istruzione di base. Il loro percorso formativo prevedeva tre livelli: il corso umanistico, volto alla formazione dell’eloquenza; il corso filosofico, propedeutico alla teologia; e il corso teologico per la preparazione dei futuri insegnanti dei collegi. L’istruzione, gratuita e di altissimo livello, attirò figli della nobiltà e della borghesia. Sebbene la Compagnia venisse soppressa nel 1773 e le sue scuole chiuse, il modello educativo gesuitico rimase a lungo alla base dell’istruzione superiore europea.
1 Archivio Storico Comunale di Loro Piceno, Parlamenti febbraio 1573 - aprile 1575, pag. 27.
2 Archivio Storico Comunale di Loro Piceno, Parlamenti febbraio 1573 - aprile 1575, pag. 35.
Altre fonti:
http://id.sbn.it/bid/CFI0418553 Loro Piceno 1998, Consolati, Mucci, Nalli pag 40
https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Borromeo
https://www.treccani.it/enciclopedia/san-carlo-borromeo_(Enciclopedia-Italiana)/